GroenlandQuando si verificano eventi tragici come quello del recente tifone Haiyan nelle Filippine, sappiamo che alle loro spalle, e alle nostre, si aggira un processo in atto nell'ecosistema mondiale: il cambiamento climatico. Esso si manifesta attraverso fenomeni di squilibrio degli ecosistemi1, come appunto i cosiddetti "eventi estremi" (uragani di dimensioni eccezionali, bombe d'acqua, siccità), ma anche con processi più lenti e nascosti, ma costanti, come la riduzione della varietà di specie animali e vegetali. Tali fenomeni avvengono come conseguenza dell'innalzamento della temperatura terrestre. Innalzamento che è dovuto all'azione dell'uomo, ovvero alla continua immissione di CO2 nell'atmosfera, iniziata circa alla metà del 1700 con l'industrializzazione e tuttora in corso. Su tale rapporto causale la letteratura scientifica è concorde, come è stato ribadito anche nell'ultimo rapporto2 dell'Intergovernmental Panel on Climate Change, l'organismo delle Nazioni Unite dedicato appunto ad accertare lo stato delle conoscenze scientifiche in materia.
La conseguenza più immediata che se ne può trarre è che, se l'azione dell'uomo ha creato il problema, la stessa azione dell'uomo potrebbe risolverlo. La riflessione può sembrare scontata ma non lo è, poiché è tramite questa che il cambiamento climatico acquista una dimensione politica, che coinvolge cioè l'agire umano nella società per il bene dell'intera comunità.
La posta in gioco è elevata poiché, oltre ai disastri evidenti causati da eventi estremi, si prevedono come conseguenze dell'innalzamento delle temperature: sommersione di aree costiere, espansione delle aree desertiche, perdita di specie animali, tutti fenomeni che potranno aggravare situazioni già esistenti di malnutrizione, malattie e migrazioni dovute alla mancanza di terre coltivabili.
La comunità internazionale ha risposto a tali minacce già dagli anni '90 del secolo scorso, dando vita ad un regime internazionale, costituito dalla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, firmata a Rio nel 1992, e dal protocollo di Kyoto (1997), che hanno come scopo quello di contenere l'aumento della temperatura globale, riducendo le emissioni totali dei sei gas ad effetto serra del 5% (in media) al di sotto dei livelli del 1990, nel periodo tra il 2008 e il 2012.
Gli Stati che sono parti della Convenzione e del Protocollo (ma non tutti gli Stati che sono parti della Convenzione sono anche parti del Protocollo: per esempio illustri assenti nel Protocollo sono gli Stati Uniti) si riuniscono ogni anno in una conferenza mondiale, con lo scopo di monitorare gli impegni esistenti e, soprattutto, di prenderne di nuovi per il futuro.
Recentemente si è conclusa la 19° Conferenza delle Parti della Convenzione (e la 9° Conferenza delle Parti che sono anche Membri del Protocollo) tenuta a Varsavia. Come ogni anno vi erano aspettative superiori rispetto a quanto è stato effettivamente deciso, tanto che ad un certo punto dei lavori, quando ormai da giorni le discussioni non portavano a conclusioni soddisfacenti, le organizzazioni rappresentanti della società civile hanno abbandonato la Conferenza in segno di protesta3. La troppa vicinanza dei governi alle lobbies industriali e il ripensamento di molti paesi sviluppati riguardo ai loro impegni di riduzione delle emissioni hanno spinto le Ong, le organizzazioni ambientaliste, i sindacati e le associazioni di donne e di giovani a riconsegnare i loro accreditamenti e ad abbandonare i lavori.
Il risultato principale della conferenza di Varsavia è stato quello di "mantenere i governi in pista per l'accordo sul clima del 2015", come si legge nella nota ufficiale di chiusura della Conferenza4: ovvero si è rimandata la possibilità di un accordo alla Conferenza di Parigi, che si terrà nel 2015, e alle trattative che la precederanno. I singoli governi, a livello nazionale, dovranno lavorare su un testo-bozza per un nuovo accordo universale sul clima da firmare a Parigi nel 2015: ogni parte dovrà dare il suo contributo nazionale all'accordo, e potrà farlo fino al primo quarto del 2015. L'accordo dovrà entrare in vigore nel 2020.
Altre decisioni sono state prese, ma complessivamente riguardano questioni non cruciali, o se le riguardano, le determinazioni prese sono ancora a uno stadio troppo astratto. Per esempio è stato deciso di creare un meccanismo internazionale per proteggere le popolazioni più vulnerabili contro le perdite e i danni causati dagli eventi estremi e per rallentare eventi come l'innalzamento del livello del mare (Warsaw international mechanism for loss and damage). E' iniziata la raccolta di fondi per riempire il Green Climate Fund ed i paesi sviluppati sono stati invitati a contribuire. E' stato creato il Warsaw Framework for REDD+: un insieme di decisioni sulle modalità di aiuto ai paesi in via di sviluppo per ridurre le emissioni derivanti dalla deforestazione e dal degrado delle foreste, che contano circa un quinto di tutte le emissioni generate dall'uomo.
Tutto ciò è espressione dei compromessi raggiunti dalle diplomazie internazionali e appare molto lontano dalla sostanza dei problemi. Inoltre risultano velate le posizioni, e soprattutto i conflitti, che vi sottostanno. Per cogliere tale complessità è importante invece delineare i principali problemi aperti nei negoziati internazionali.
In primo luogo: gli accordi di riduzione delle emissioni. Quali obiettivi porsi? La Convenzione quadro, insieme al Protocollo di Kyoto, che è stato in vigore dal 2008 al 2012, hanno stabilito obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 per ogni Stato sviluppato partecipante. La distinzione tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo è stata adottato dalla Convenzione per riconoscere il principio delle responsabilità comuni, ma differenziate, nell'affrontare il cambiamento climatico, e quindi per riconoscere obblighi di riduzione solo a carico dei paesi sviluppati.
Il Protocollo di Kyoto si trova attualmente in una sorta di regime di proroga, detto "secondo periodo di attuazione", che è stato deciso nella Conferenza di Doha nel 2012, attraverso un emendamento al Protocollo, tuttavia non ancora ratificato, che serve a traghettare il regime di Kyoto verso il nuovo accordo che si prevede di negoziare a Parigi nel 2015. Su quest'ultimo si stanno appunto svolgendo i negoziati nell'ambito della       Piattaforma di Durban e adesso a Varsavia: si prevede che entri in vigore nel 2020 e che sia un protocollo, un accordo, o altro strumento giuridicamente vincolante applicabile a tutte le parti. Sul futuro accordo di Parigi le Parti che sono grandi emettitori di CO2 (per prime Australia e Giappone) si stanno di fatto tirando indietro rispetto a quanto annunciato.
In secondo luogo, e direttamente legata al primo punto, vi è la questione di quali siano gli Stati che dovranno ridurre le emissioni: solo i cosiddetti paesi industrializzati, in ottemperanza al principio delle responsabilità comuni ma differenziate, oppure anche quei paesi (la Cina in testa), cosiddetti emergenti, che hanno negli ultimi anni aumentato in modo esponenziale le loro emissioni e si avviano a diventare i più grandi inquinatori dei prossimi decenni, ma che non hanno responsabilità per l'inquinamento "storico" e che rivendicano un benessere più elevato?
La Piattaforma di Durban prevede che tutti i paesi, sia sviluppati che non, prendano impegni di riduzione delle emissioni, ma durante la Conferenza di Varsavia è emersa la posizione di un gruppo (like-minded countries) che include Cina, India (paesi dipendenti dal combustibili fossili) Arabia Saudita, Venezuela, Malaysia (paesi ricchi di petrolio) che rivendica l'applicazione della distinzione tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, e la non applicabilità a questi ultimi di obblighi di riduzione. Unione europea e Stati Uniti, al contrario, ritengono irrinunciabile che paesi che sono divenuti grandi emettitori si prendano impegni di riduzione nel prossimo futuro e che la distinzione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo sia superata dai fatti5.
In terzo luogo, la discussione resta aperta riguardo alle modalità attraverso le quali arrivare alla riduzione delle emissioni: in particolare si tratterà di decidere (e la Conferenza di Varsavia non lo ha fatto) quale ruolo avranno nel nuovo regime i cosiddetti meccanismi di mercato, creati con il protocollo di Kyoto per rendere più facile la riduzione delle emissioni.
Si tratta di strumenti attraverso i quali si creano crediti di carbonio, che possono essere venduti nel mercato delle emissioni. I crediti sono creati attraverso la realizzazione di progetti in paesi in via di sviluppo o nei paesi cosiddetti in transizione ad un'economia di mercato (ex-socialisti), o direttamente nei paesi industrializzati: si tratta dei progetti più vari, soprattutto legati al miglioramento energetico degli edifici, ma anche alla gestione delle foreste, o alla produzione di biocarburanti, la cui bontà è certificata da entità di certificazione. La logica che li guida è quella che, per una grande industria che inquina nei paesi sviluppati può essere meno costoso comprare diritti di emissione o realizzare un progetto in un altro paese, piuttosto che ridurre direttamente le emissioni del proprio stabilimento.
La reale efficacia di tali progetti nel ridurre complessivamente le emissioni globali è però tutta da stabilire. Sia perché nell'approvazione di tali attività sembra sia prevalso un approccio settoriale e non ecosistemico, che ha privilegiato sistemi, come i biocarburanti che forse possono ridurre le emissioni di CO2, ma a scapito di altri bisogni che non vengono più soddisfatti dall'ambiente naturale. Sia perché la crisi economica e finanziaria globale degli ultimi anni ha messo in crisi tali meccanismi, facendo scendere le emissioni a causa della minore produzione e di conseguenza facendo calare i prezzi dei crediti di emissione. E' stata così messa in luce la fragilità di tali meccanismi legati a variabili non controllabili a livello globale. Tuttavia la Conferenza delle parti, e soprattutto i paesi sviluppati, continuano a sostenere tali meccanismi. I paesi in via di sviluppo, al contrario spingono per politiche di riduzione realizzate direttamente dagli stati obbligati6.
In quarto luogo bisogna evidenziare come la giustizia sia   una tematica trasversale alla questione climatica: giustizia tra i paesi con diversi gradi di sviluppo, giustizia tra le generazioni, tra i popoli (partecipazione dei popoli indigeni) e di genere.
In conclusione si possono fare alcune valutazioni riguardo al regime internazionale del clima. Gli strumenti che esso prevede attualmente hanno pregi e difetti.
Difetti sono soprattutto dei meccanismi di mercato, la mancata scelta a favore di energie realmente alternative e di un approccio ecologico, mentre un pregio di tali meccanismi è la possibilità che il mercato, se indirizzato bene, stimoli l'innovazione e la crescita della cosiddetta green economy.
Nonostante gli scarsi risultati dei negoziati, la costruzione dell'immensa burocrazia ONU ha permesso di creare uno spazio di discussione e di attenzione alla tematica del cambiamento climatico, e con esso agli equilibri ecologici del pianeta, in passato non immaginabile. Così come da non sottovalutare infine è il fatto che la firma di convenzioni e impegni a livello ONU, pur se scarsamente coercitiva nei confronti degli Stati, almeno al momento attuale, e tanto meno degli individui, ha una forte influenza sulle coscienze e può stimolare mutamenti culturali nell'approccio all'ambiente.

Note
1  Si veda Millennium Ecosystem Assessment, Ecosystems and Human Well-Being, 2005, disponibile on-line alla pagina http://www.millenniumassessment.org/en/index.aspx
2  Working Group I Contribution to the IPCC Fifth Assessment Report - Climate Change 2013: The Physical Science Basis, disponibile on-line alla pagina http://www.ipcc.ch/report/ar5/wg1
3  Si veda John Vidal and Fiona Harvey, Green groups walk out of UN climate talks, theguardian.com, Thursday 21 November 2013, pagina http://www.theguardian.com/environment/2013/nov/21/mass-walk-out-un-climate-talks-warsaw
http://www.unfccc.int/files/press/news_room/press_relea-ses_and_advisories/7application/pdf/131123_pr_closing_cop19.pdf
5  Si veda Fiona Harvey, Warsaw climate talks set 2015 target for plans to curb emissions,theguardian.com, Sunday 24 November 2013, pagina http://www.theguardian.com/environment/2013/nov/24/warsaw-climate-talks-greenhouse-gas-emissions
6  Si veda http://www.iisd.ca/climate/cop19/enb Bollettino n. 594, p.8

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