Chiaragiannelli2E’ una mattina d’autunno e sto  guardando Oskar nel suo giardino: adesso è un vecchio cane, magro e dondolante, ma anche solo un anno fa era bello: corpo vigoroso, sguardo intenso e uno splendido mantello fulvo. La sua voglia di vivere è indomita e io che lo conosco da tempo vedo ancora, guardandolo così, di profilo, il suo antico splendore. Poi lentamente si gira e sento la fitta di sgomento che sempre mi trapassa quando osservo il suo magnifico muso orribilmente devastato dal cancro. E per l’ennesima volta rifletto sul fatto che le malattie, anche quelle degli animali, raccontano una storia.
Proprio quella storia che loro non possono narrarci a parole, e che perciò non è sempre facile da capire. Quando un organo si ammala, si sa, non è per caso: per l’omeopata è la manifestazione di un disordine che riguarda tutto l’organismo; e molte scuole di pensiero hanno individuato corrispondenze fra i singoli organi e stati emotivi ben precisi, come se ciascun organo fosse chiamato a fronteggiare le emergenze di natura emotiva svolgendo la sua funzione fisiologica: possiamo citare l’esempio dello stomaco che si attiva per digerire una brutta notizia come farebbe per un pasto pesante.
L’interpretazione dell’omeopata è più sottile: quel paziente con l’ulcera gastrica non è semplicemente uno che ha un grosso rospo da buttare giù: è uno che ha difficoltà a buttar giù i rospi, ad accettare e digerire i bocconi amari che il destino gli riserva. Ognuno, in altre parole, si ammala nel suo punto debole. I disturbi di ogni paziente ci parlano di lui e a volte sono più eloquenti e veritieri delle sue parole. Per fortuna, perché i miei pazienti non parlano.
Sono tante le storie che ho visto rappresentate nella sofferenza dei miei pazienti: storie di infelicità o di dedizione, di rabbia o di paura, di dolore, di disperazione o di ribellione. Sono storie semplici, a quattro zampe, o a volte storie complesse, che si intrecciano con quelle dei loro cari, perché spesso gli animali piangono non solo le loro, ma anche le nostre lacrime. Per lo più queste storie restano vaghe ai nostri occhi, appena delineate, un controluce in cui si apprezzano solo i contorni. I dettagli, invece, restano nell’ombra, si possono solo indovinare, intuire, percepire col cuore, senza la certezza di aver potuto mettere ogni tassello del puzzle al suo posto.
Mentre guardo Oskar nel suo giardino d’autunno, me ne vengono in mente altre di queste storie, per fortuna non tutte così tristi: ad esempio la storia di Mus.
Quando lo vidi la prima volta, Mus aveva cinque anni ed era un bel gattone nero a pelo lungo che viveva in appartamento con la sua padrona; soffriva da oltre due anni di cistiti ricorrenti, dovute alla presenza nell’urina di cristalli di struvite,  un’eventualità molto frequente nei gatti; Mus non poteva uscire, vivevano lungo una strada trafficata ed era troppo pericoloso. Però a lui sarebbe piaciuto (quando andavano in campagna in estate lo faceva, ed era molto felice) e si rotolava ovunque sentisse odore di terra; in campagna migliorava anche la sua stitichezza.
Mus era un gatto molto riservato, poco incline alle manifestazioni di affetto e anche assai insicuro e guardingo, ma il desiderio di uscire era più forte delle sue paure: per lui era una necessità. La sua cistite segnalava uno stress territoriale: Mus avrebbe voluto espandere il suo territorio, controllare anche ciò che era fuori dalla porta (e dalla sua portata) e impadronirsene, ma non poteva.
Gli animali usano l’urina per marcare il territorio: Mus non poteva lasciare il suo odore fuori dalla porta della sua casa e la sua vescica si è ammalata. La sua fantastica padrona, dopo qualche mese, decise di trasferirsi in campagna e Mus divenne un gatto felice. Adesso ha dieci anni e in tutto questo tempo ha più volte dovuto fare i conti con le sue insicurezze: ogni volta che un gatto nuovo o qualche altro pericolo minacciavano di fargli perdere il controllo del suo territorio, la cistite tornava fuori e Mus aveva bisogno di essere aiutato dal suo rimedio omeopatico per trovare il coraggio di affrontare la situazione.
Un’altra storia che mi torna in mente è quella di Chicco e della sua padrona: quando lo vidi aveva già quindici anni ed una massa di notevoli dimensioni sulla colecisti, apparsa negli ultimi mesi. Già da anni soffriva di colelitiasi e di episodi ricorrenti di vomito con sofferenza epatica. Chicco viveva da due anni solo con la padrona perché il padrone, dopo anni di litigi domestici, se n’era andato di casa; la separazione era costata alla padrona di Chicco un lungo periodo di depressione ed un carcinoma mammario.
Chicco era un cane litigioso e irascibile: non era mai andato d’accordo con gli altri cani, soprattutto maschi al punto che, da quando la padrona, alcuni anni prima, aveva portato a casa un    cucciolone di Pastore Tedesco (che era rimasto solo una notte), Chicco odiava tutti i pastori tedeschi e tutti i cani neri e ringhiava persino a Rex in televisione. La padrona dichiarava che se non fosse stato suo sarebbe stato un cane che mordeva: quando ci aveva provato lei aveva reagito e lui aveva capito.
Da altri particolari traspariva un’indole dominante che aveva trovato però un freno nelle reazioni decise della padrona. “Mi somiglia un po’”, diceva lei “non vuole che gli rompano l’anima”. Dolce e delicatissimo coi bambini poco invadenti, evitava invece quelli irruenti. Quando i proprietari litigavano, se ne andava in un’altra stanza e stava sempre attento a capire cosa succedeva; era sempre molto attento. Dopo la partenza del padrone, era diventato molto protettivo con la padrona: era sempre a leccarla e ad asciugarle le lacrime. Al suo ritorno dopo la malattia, lui non la mollava un attimo, era sempre fra i piedi, fino a farla cadere e stava ancora più attento a tutto quello che faceva lei.
Qualche mese prima che io lo vedessi aveva avuto una diarrea persistente in concomitanza della diarrea della padrona: per questioni legate alla vendita della casa, lei aveva dovuto rivedere l’ex marito ed era stata di nuovo male. Chicco invece lo aveva snobbato, era infastidito dall’odore del suo sigaro. Il suo fegato, con i problemi alle vie biliari, fino alla massa comparsa sulla colecisti, ci racconta una storia di rabbia: da sempre diciamo “verde di rabbia”, come verde è il colore della bile, e parliamo di “travaso di bile” dopo  una violenta arrabbiatura; la “bile gialla” è l’umore in eccesso nei pazienti collerici; secondo il metodo Hamer le affezioni delle vie biliari sono da ricondurre a conflitti di “rabbia nel territorio”, ossia all’interno del nucleo familiare: Chicco era di suo un cane irascibile, la rabbia faceva parte di lui; in più aveva vissuto una situazione familiare fatta di continui litigi e viveva accanto ad una padrona ancora arrabbiatissima con l’ex marito.
Certamente Chicco ha sperimentato e manifestato anche una forte preoccupazione per lei, a cui è legatissimo e che ha cercato in ogni modo di aiutare e sostenere; e chissà se abbia anche provato delusione o dolore quando il padrone è scomparso dalle loro vite; certamente, però, di tutte le emozioni che ha vissuto a fianco della sua   padrona è la rabbia quella che ha lasciato il segno: la vediamo anche nella diarrea che ha condiviso con lei quando l’ex marito è ricomparso (sensazione di aver subito una “stronzata” difficile da far “passare”).
Anche il corpo enorme di Silvestro racconta una storia: Silvestro è un gatto obeso; non sto parlando di un gatto cicciottello, e neanche di un gatto decisamente grasso; Silvestro è difficile da immaginare: pesa diciassette chili! Per ora riesce ancora a camminare per casa ma non riesce più a issare la sua mole enorme sul letto.
Vive in casa con la signora che lo ha tolto dalla strada. Ci sono molti gatti che per strada ci vivono benissimo, e anche molti gatti che vorrebbero lasciare i loro appartamenti per tornarci. Silvestro no, lui odia la strada. Nato in campagna, aveva vissuto fra i campi per alcuni mesi insieme alla madre; quando però la sua prima padrona si trasferì in città,non li volle in casa e li chiuse fuori: terrorizzato, Silvestro si aggrappava alla porta per rientrare ma nulla, non ce lo volevano. Dopo poco la madre morì, investita da un’auto e Silvestro rimase solo. Una signora, impietosita, gli procurò un piccolo riparo e lui passava le giornate rintanato lì dentro, finché lei riuscì a portarselo vicino a casa e ad ospitarlo in uno scantinato: erano solo due metri di spazio, ma c’erano quattro mura che lo proteggevano: per Silvestro era un sogno!
Di giorno stava fuori libero e di notte dormiva lì dentro, con altri due gatti. Inizialmente sembrava un gatto felice ed era perfino socievole. Poi, col tempo, le sue paure crebbero sempre più, tanto che si sentiva tranquillo solo nello scantinato. Fosse stato per lui, sarebbe rimasto sempre lì dentro, anche da solo e al buio, pur di non dover più affrontare il mondo esterno. Però non si poteva, di giorno bisognava uscire e allora il sogno diventava un incubo. Silvestro passava le giornate rintanato sotto un cespuglio appartato, aspettando l’ora di rientrare; quando la signora arrivava, lui si avviava verso lo scantinato, ma anche quel breve tratto allo scoperto era un dramma per lui: tutto lo spaventava e certe volte rimaneva lì in mezzo, paralizzato dalla paura, e dovevano portarlo dentro di peso. Poi, per fortuna, l’adozione, l’appartamento, la sicurezza. Anche qui però teme ogni rumore che proviene dall’esterno e esce in terrazza solo se la padrona lo accompagna.
E intanto ingrassa. Mangia poco ma ingrassa, ingrassa sempre di più. Gli esami del sangue hanno rivelato, sorprendentemente, che la sua tiroide funziona perfettamente. A parte i trigliceridi alti, l’unica alterazione è una ipoglicemia piuttosto marcata. Nient’altro. Silvestro è un gatto mite, anche se non molto espansivo; non è depresso, è uno che chiede quello che gli serve; a modo suo richiede molto l’interazione con la padrona: ad esempio, non usa la lettiera quando è da solo, aspetta che lei torni: non lo fa per paura, è piuttosto un rituale che crea un momento di comunicazione fra loro; quando lei lo accarezza, dopo poco lui comincia a mordicchiarla appassionatamente: è il suo modo per partecipare attivamente a questo scambio affettivo.
In altre parole, Silvestro, pur non essendo particolarmente dotato di capacità comunicative, fa del suo meglio per interagire con la sua padrona. Come capire quindi il tormento che si cela nel suo corpo enorme? Il pancreas è stato messo in relazione con la percezione del proprio valore e con la gioia di vivere e l’ipoglicemia, in particolare, con la tristezza e con l’amarezza per l’ingiustizia della vita. Si dice poi che l’obesità sia il mezzo per non correre il rischio di passare inosservati: io non posso sapere se il puzzle è completo, se i dettagli sono al loro posto ma il Silvestro che vedo se chiudo gli occhi è un gattino terrorizzato davanti ad una porta sempre chiusa perché nessuno si accorgeva di lui e della sua paura. Ora è grosso, sempre più grosso, perché non riesce a credere di avere trovato accoglienza per sempre: lui rimarrà sempre a urlare il suo terrore davanti a quella porta chiusa.
Queste ed altre immagini mi passano davanti agli occhi mentre Oskar viene traballando verso di me.
Un fremito, un momento di fastidio gli fa vibrare il labbro deforme. La sua storia ci parla di libertà: nei primi anni della sua vita si allontanava spessissimo da casa, all’inizio con Max, il cane anziano, poi da solo: andava a cercare femmine in estro e a fare strage nei pollai vicini e a volte mancava da casa per giorni. Era un cane felice. Gli piaceva viaggiare, adorava anche girare in auto, anche per andare dal veterinario. Era un viaggiatore nato. Però, non poteva durare: il vicinato inferocito ringhiava minaccioso e ai padroni di Oskar non rimase che recintare il giardino. Oskar,  era un osso duro: riusciva ugualmente a rompere la recinzione con i denti e se lo mettevano a catena, si lanciava a tutta velocità fino a sentire lo strattone del collare.
In quel periodo arrivò Berta, una magnifica cucciola di maremmano, che stava libera, mentre lui, in attesa di completare la recinzione, stava a catena. I suoi denti non potevano più aiutarlo a fuggire, la catena era troppo anche per lui. Infine fu completata la recinzione, che venne elettrificata, e Oskar fu liberato: più volte si lanciò coi denti sul recinto elettrico e fu costretto a desistere, finché si dovette rassegnare: la libertà era perduta per sempre. Nel frattempo Berta cresceva e la sua superiorità fisica maturava. Fu in quel periodo che comparve il primo segno della sua malattia: una piccola protuberanza sotto l’occhio destro, che nel giro di qualche tempo divenne una fistola.
Ci volle molto tempo perché fosse chiara la diagnosi: melanoma maligno, inoperabile. Il segno, ai miei occhi, della frustrazione di Oskar, della sua rinuncia alla libertà: una ferita perennemente aperta su quel muso che aveva addentato e vinto il ferro delle recinzioni e che a un certo punto era stato sconfitto. Sono passati quasi sei anni, ormai, da quella prima ferita: Oskar li ha passati nel grande giardino, con Berta e con i suoi padroni, che adora. Gioie più casalinghe hanno dato senso alle sue giornate e con l’età il suo animo girovago e le sue membra irrigidite si sono dati pace. La malattia ha devastato la sua faccia, ma lui è ancora qui. Ora fa freddo, l’inverno non è lontano, e la sua storia sta per concludersi: Oskar ha visto molte primavere, non so se ne vedrà un’altra.

Intervista a Chiara Giannelli, veterinaria omeopata

In che modo gli animali domestici sono toccati da questo momento storico?
Non ho la percezione che gli animali abbiano già avvertito il cambiamento che sta avvenendo in questo periodo; in effetti non ho riscontrato neanche nei proprietari una percezione reale del fatto che si sta andando verso la fine di un'epoca, anzi vedo che l'aspettativa è di attraversare questo brutto periodo e che, passata la crisi, chiaragiannelli1tutto torni com'era prima (semmai ci si preoccupa molto di come potrà rivelarsi l'attraversamento della crisi e quali sacrifici comporterà).
Il carico di ansia che i proprietari potrebbero trasmettere agli animali non è, di conseguenza, così forte e profondo.
In generale, però, gli animali hanno minori resistenze al cambiamento rispetto a noi umani, sono più disponibili ad adattarsi alle nuove situazioni: sono, in altre parole, più sani: quando un individuo, uomo o animale, è in equilibrio, non ha bisogno di aggrapparsi alla sua realtà, non è fragile, è capace di accogliere le nuove situazioni, ha capacità di adattamento.
Faccio un esempio drastico: ci sono animali che soffrono molto quando perdono la loro integrità fisica, per esempio per una paralisi o un'amputazione o per la perdita della vista e che faticano molto ad adattarsi alla nuova condizione, ma sono una minoranza rispetto a quelli che si adattano prontamente alla nuova situazione come se non ricordassero affatto di aver vissuto diversamente: ho avuto un gatto divenuto cieco per una fucilata, che dava la caccia agli uccellini (e li prendeva) usando le altre facoltà, e ho visto un cane con solo due zampe (una posteriore e una anteriore) tranquillamente a spasso col padrone.
Allo stesso modo, come ci sono alcuni animali messi in crisi dai cambiamenti che riguardano l'ambiente e lo stile di vita o il contesto familiare, magari perché insicuri, timorosi di fronte al nuovo o fortemente legati alla realtà preesistente, così ce ne sono molti di più che in brevissimo tempo si adeguano e scoprono i vantaggi delle nuove situazioni.


Gli animali, in quanto tali, non hanno responsabilità di tipo sociale, il loro ruolo si svolge nell'interazione coi proprietari
Indubbiamente la loro realtà sociale, essendo animali di famiglia, è quella del gruppo familiare. Non sono così sensibili a una crisi sociale di ampia portata o al crollo di un modello di sviluppo in sé; possono semmai venirne toccati indirettamente perché percepiscono le ansie e le preoccupazioni dei proprietari, ma come dicevo ho l'impressione che, per ora, non siano ancora molte le persone consapevoli dei cambiamenti che si stanno verificando.


Per loro la capacità di adattamento è più immediatamente legata al vivere
Adattamento è un termine legato alla biologia: sopravvive chi si adatta alle nuove condizioni. Questo è vero dall'origine della vita e l'evoluzione passa necessariamente dalla capacità, intellettiva e fisica, di adattarsi ai cambiamenti e continuare a trovare sostentamento anche nelle nuove situazioni. Anche nell'immediato, in archi temporali ristretti, di fronte ai cambiamenti si troveranno meglio coloro che accetteranno di vivere la nuova situazione, di accogliere il nuovo come un'esperienza che mette in risalto le proprie risorse.
Per l'omeopata ciò riporta ancora al concetto di salute: l'individuo sano, uomo o animale che sia, è al massimo delle capacità di adattamento, è elastico, riesce a reagire prontamente agli   imprevisti, non ha esigenze rigide, il suo equilibrio rimane saldo anche nelle nuove situazioni sociali, fisiche, ambientali, geografiche, alimentari... Quanto più invece un individuo è lontano dallo stato di salute, tanto più limitate saranno le sue capacità di riequilibrarsi di fronte ai cambiamenti esterni.
La malattia comporta sempre una difficoltà di adattamento, ossia una minore LIBERTA', anche quando non si concretizza sul piano fisico.
Provo a spiegarmi con alcuni esempi. Un individuo che ogni volta che si espone minimamente al freddo prende una bronchite che dura settimane, non è libero di muoversi a suo piacimento: dovrà sprecare tempo, risorse ed opportunità per stare lontano da ciò che lo fa ammalare, il freddo; non potrà   uscire senza coprirsi bene, non potrà svolgere tutti quei lavori che comportano l'esposizione al freddo, non potrà andare in vacanza in montagna o in luoghi freddi nemmeno se li amasse molto. Un cane che abbia rari episodi di diarrea ogni volta che mangia la carne, in natura non sopravvivrebbe: ha bisogno di appoggiarsi a chi gli trova delle fonti alimentari alternative e innaturali, che non sono le sue. Ma anche chi stia fisicamente bene ma, a causa delle proprie ansie o fobie non sia in grado di uscire serenamente di casa o di affrontare da solo un viaggio in auto o un nuovo lavoro, non è libero: la sua malattia gli pone dei vincoli, dei limiti. Ecco che avanti al cambiamento, ad una crisi, è in maggiore difficoltà chi è meno elastico.

Negli ultimi decenni la nostra relazione con gli animali domestici è cambiata molto... i vari passaggi che la nostra vita sociale nel complesso ha sostenuto ha modificato di conseguenza anche il modo in cui viene vissuta la loro presenza in famiglia, anche con profondi risvolti sul legame psicologico e affettivo
Sì, è stato un cambiamento radicale: a partire dagli anni '60-'70 con l'abbandono delle campagne e l'ingresso dei cani e dei gatti nelle famiglie, fuori da un contesto naturale e da una situazione di utilizzo pratico: il cane per la caccia o per la guardia, i gatti per dare la caccia ai topi nei granai...
Sono convinta che per loro non sia stata una trasformazione del tutto positiva. E' innegabile che una volta gli animali venissero trattati con rudezza, spesso con crudeltà e che alcuni bisogni materiali erano meno garantiti. Raramente erano amati, e il contatto con l'uomo era limitato sia nel tempo (stavano col padrone solo mentre lavoravano per lui) sia nello spazio (vivevano fuori di casa). Quindi si relazionavano poco con gli umani e molto con gli altri cani e gatti. In questo ambito, però, erano socialmente competenti: i cani facevano i cani e i gatti facevano i gatti e lo sapevano fare bene. Da quando vivono nelle nostre case, invece, sempre più spesso sono chiamati a   ricoprire ruoli molto più complessi; sono al centro dell'interesse affettivo dei loro padroni, per i quali sono diventati figli, fratelli, compagni, amici, perfino genitori. E sempre meno spesso hanno occasione di intessere relazioni sociali con altri animali. Ciò è molto grave, soprattutto per i cani che, essendo animali sociali, cioè usi a vivere in branco, hanno proprio l'esigenza di comunicare con i loro simili in libertà. Sono tanti, troppi i cani mai usciti senza guinzaglio, rigorosamente preservati da qualsiasi contatto con altri cani da padroni zelanti e   iperprotettivi e sono sempre di più i cani ormai incapaci di comprendere il linguaggio dei loro simili, tagliati fuori per sempre dal loro mondo, isolati, immersi totalmente ed esclusivamente nel loro branco umano, letteralmente soffocati dall' “amore” dei loro padroni.
E mi accorgo che lì dove gli animali sono tenuti ancora un po' alla vecchia maniera, in casa ma anche fuori, liberi di interagire coi loro simili, di fare un po' anche gli animali, si ammalano di cose diverse, di malattie esonerative, diarree, dermatiti, otiti, magari qualche morso ma raramente delle malattie subdole e autodistruttive che stanno diventando così frequenti nei  contesti urbani. E' come se, inseriti nella vita di città, siano chiamati ad essere quasi umani, costretti a vivere solo la nostra realtà, senza potere più accedere ad una realtà parallela in cui ritrovare sé stessi e manifestare liberamente la loro natura animale.
Se accanto a questo consideriamo che anche le persone sono sempre più lontane dalla natura, da un modo spontaneo e   semplice di essere, di relazionarsi e di affrontare i problemi, il quadro d'insieme diventa difficile. Abbiamo perso la capacità di vivere la realtà con immediatezza, la capacità di affrontare con semplicità le cose del quotidiano, gli avvenimenti della vita, eventi come la gravidanza, il lutto, tutti aspetti che da sempre l'umanità vive e affronta e certamente aiuterebbe molto conservare verso queste prove grandi e piccole un approccio più schietto, più vicino alla natura animale. Ascoltando vecchie storie dalle persone anziane mi colpisce molto come un tempo, e si tratta di pochi decenni fa, anche le tragedie più dolorose, la perdita drammatica di un figlio, ad esempio, venissero affrontate come “fatalità”, accettate come fenomeni della vita, con   una forza diversa. Non parlo di rassegnazione, ma direi di un allenamento a confrontarsi in modo più diretto e vero con la realtà. Oggi che la sicurezza e la salute perfetta sono considerate un diritto e che anche le fatalità che le mettono in crisi sono vissute come profonde ingiustizie, ci ritroviamo fragili, inermi, privi di quella forza interiore che ci renderebbe capaci di sostenere le tragedie quando avvengono. Non solo: l'abitudine ad una vita senza scossoni, alle certezze quotidiane, che poi certezze, come stiamo vedendo, non sono, ci sta rendendo più vulnerabili anche ai più banali problemi quotidiani, che ci disorientano e vanno a scontrarsi con la nostra   crescente mancanza di flessibilità e con l'incapacità di relativizzare le circostanze, di dare il giusto peso agli eventi; ecco quindi che anche un banale incidente di scarsa portata viene vissuto con un carico emotivo spropositato.
Il classico esempio che ho in mente, da veterinaria e sempre per rimanere nel tema di come facciamo vivere i nostri amici a quattro zampe, poveretti loro, è quello delle zuffe fra cani: che a noi piaccia o no, i cani hanno spesso bisogno di confrontarsi  per stabilire fra loro una gerarchia e stabilire così come comportarsi l'uno con l'altro; devono poterlo fare in santa pace, liberi da guinzagli e interferenze; generalmente il confronto consiste semplicemente nell'avvicinarsi col pelo irto, ringhiandosi e annusandosi, magari guardandosi in cagnesco; qualche volta i due contendenti si lanciano in una vera e propria zuffa, che generalmente si risolve senza danni; solo raramente uno dei due rimedia un morso. Tutto lì, fine della storia. I morsi guariscono, ve lo garantisco. Gli attacchi mortali sono una rarità, e sono condotti da cani “anormali”, fra l'altro spesso selezionati dall'uomo per essere particolarmente aggressivi e letali. Non sono la regola.
Eppure ci sono un sacco di proprietari che non tollerano neppure l'idea che il proprio cane possa in vita sua affrontare una scaramuccia (non sia mai che resti traumatizzato per tutta la vita!) o addirittura ricevere un morso e che quindi mai e poi mai sarebbero disposti a lasciare che se la sbrogli da sé, come se ciò rappresentasse per lui un rischio mortale; e passano la vita a portarlo fuori con l'ansia di preservarlo da qualsiasi rischio, trasformando una bella passeggiata in un incubo per entrambi.
E' uno degli infiniti esempi di come ci si possano creare una montagna di problemi per non avere problemi.
Non è un segno di salute ed equilibrio: è sprecare una enormità di energie per preservarsi da situazioni che appaiono drammatiche ma che si risolverebbero molto semplicemente.


Allora una vera idea rivoluzionaria, vista anche la tua ottica di veterinaria, potrebbe essere di imparare noi dalla saggezza istintiva dei nostri animali, riprenderci un po' della nostra identità e restituire loro più libertà di tornare ad essere non soggetti umanizzati ma semplicemente animali?
Senz’altro potremmo guardarli in modo diverso. E' risaputo che cani e gatti sono un ottimo antidoto allo stress, il solo accarezzarli fa abbassare la frequenza cardiaca. Ma usandoli così, semplicemente riversiamo su di loro le nostre tensioni. A loro non fa bene e anche per noi il sollievo è solo temporaneo, non ci cambia dentro.
Potremmo invece guardarli per come sono davvero, cosa che ora non abbiamo il tempo o il coraggio o la predisposizione a fare. Ci sono troppi cani che non sono mai usciti senza guinzaglio e c'è troppa gente che non ha mai lasciato sciolto il proprio cane e che è convinta che sia giusto e doveroso fare così.
Ma allora io cosa imparo da quel cane? Che non ha mai potuto stare coi suoi simili? Che impazzisce se si trova insieme ad altri quattro cani? Che in realtà non è mai stato cane? L’ho trasformato in un essere innaturale, né cane né uomo, comodo per tamponare i miei vuoti affettivi senza però l'incomodo ansiogeno di dovergli concedere il dono massimo che l'amore vero imporrebbe: la libertà di essere sé stesso.
Questo povero essere stranito, divenuto un pupazzo nelle nostre mani, continuerà a volerci bene e a aiutarci con tutte le sue forze ma non potrà più essere per noi ciò di cui avremmo realmente bisogno: una guida che ci riconduca indietro, verso la semplicità di sentire secondo natura, che ci insegni ad “animalizzarci” un po'.
Abbiamo perso molto nel volerli umanizzare.
Onestamente penso che se davvero una crisi economica profonda, pur nei risvolti più pesanti e nell'incertezza del domani, ci imponesse di ripensare ai nostri ritmi di vita e alle nostre priorità, gli animali avrebbero più da guadagnarci che da perderci. La minore disponibilità di denaro è già una realtà e si tradurrà presto o tardi in una riduzione delle spese per loro: meno pet-food (che non sarebbe male) e meno spese veterinarie; occuparsi della salute degli animali come si sta facendo ora è già anacronistico: si spende molto in prevenzione e non tutte le spese sono giustificate; gli animali sono oggetto, fin da cuccioli, di una eccessiva medicalizzazione che, oltre ad essere costosa di per sé, è foriera di ulteriori    problemi di salute nell'età adulta (basti pensare alle allergie alimentari, divenute frequentissime da quando cani e gatti sono alimentati con cibi industriali fino dalla più tenera età e sottoposti a sverminazioni  a tappeto e a programmi vaccinali pressanti e sempre più precoci). Lo spendere molto su un animale nasconde anche un bisogno più profondo, una richiesta di colmare un vuoto, di investire molto per avere, come contropartita, il figlio perfetto. Niente di male se la crisi economica ci porterà a più miti consigli. E lo dico accettando il fatto che anche il mio lavoro sia in pericolo: curando gli animali a domicilio, ad esempio, percorro troppi chilometri in auto: eticamente non è una scelta ecologica e , se davvero la disponibilità di petrolio dovesse ridursi drasticamente, mi sarà semplicemente impossibile continuare; ecco che per me il cambiamento è già in atto e sto già pensando a come trasformare il modo di mettere a disposizione le mie competenze, a trovare una nuova strada. E vivo più con entusiasmo che con preoccupazione questo scoprire cosa mi porterà il futuro e come tutti potremmo reinventarci il quotidiano.
Ma la crisi monetaria non sarà il solo cambiamento: provo a immaginare qualche scenario e a farmi un'idea di come potrebbe cambiare la nostra vita. Certamente avremo molto meno denaro e probabilmente più tempo libero dal lavoro; ci sposteremo meno, e lo faremo di più a piedi, quindi in un ambito più limitato; conosceremo meglio il nostro territorio; dovremo confrontarci quotidianamente con problemi importanti, il semplice sostentamento richiederà molte energie e attenzioni; forse impareremo e faremo lavori diversi, meno terziario e più cose utili e concrete. Ecco, già ci sarebbe un'altra ricaduta positiva sui nostri animali: la passeggiata potrebbe diventare non più un'uscita frettolosa incastrata fra mille impegni, ma il modo normale di uscire e di spostarsi: a piedi col cane. E sarebbe  un'attività che occuperebbe molto tempo nella giornata. Per i nostri cani, una meraviglia. Anche perché un'opportunità reale che mi auguro di cuore ci venga offerta da questa crisi è proprio quella di insegnarci di nuovo ad affrontare i problemi con tutte le nostre risorse e a discriminare con competenza e realismo ciò a cui dare più energia da ciò in cui non vale la pena di disperderne; capire cosa è grave e cosa non lo è, dare risposte adeguate; ciò significherebbe ridurre l'ansia immotivata, vivere con più equilibrio. E potremmo allora andare per le strade coi nostri cani, liberi e felici noi e loro, senza preoccuparci inutilmente. E così potremmo osservarli e imparare, e con loro recuperare il buon senso perduto.


Il cambiamento potrebbe avere l'effetto di ristabilire un sensato equilibrio
Sì. Si è perso molto buon senso: per esempio i proprietari non sanno più capire quanto deve mangiare il loro cane, quando non ricorrono al pet-food hanno bisogno di indicazioni precise sulla dose di ogni singolo componente della dieta, si sentono persi senza indicazioni precise, hanno paura di sbagliare; è per questo che il pet-food è così gradito: risolve tutti i problemi e solleva da qualsiasi responsabilità. Ed è difficile talvolta far comprendere che, conosciute alcune regole fondamentali, per il resto il proprietario può e deve fare da sé, imparando a osservare il proprio animale e a capire di cosa ha bisogno. I consigli dell'esperto sono un aiuto ma né quelli né le soluzioni preconfezionate possono sostituire l'impegno verso il proprio animale. Non c'è un libretto di istruzione, c'è l'osservazione, c'è il comunicare con lui, c'è l'abitudine a capirsi. L'organismo ha la capacità di riequilibrarsi e gli errori non sono irreparabili. Ancora una volta è anche una questione di autonomia, del coraggio di riprendere in mano la responsabilità della propria vita e di quella dei nostri cari, mettendosi in gioco, prendendo le decisioni necessarie e affrontando con equilibrio ciò che la realtà ci pone davanti.
E a proposito di buon senso, magari il dover limitare le risorse economiche destinate agli animali potrebbe anche portare ad una sorta di selezione benefica: le razze più delicate, selezionate dall'uomo contro ogni logica naturale e portate ad ammalarsi e a soffrire di una innumerevole serie di affezioni, potrebbero avere sempre meno terreno: si cercheranno animali forti, vigorosi, non necessariamente di razza, magari.

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